The Tourist

Di Gianni Depp


#011


Lei era bellissima.Lo era in un modo meraviglioso.Lunghi capelli neri,morbidi e sinuosi,bosco dove l’albero della mia vita avrebbe messo radici ad ogni abbraccio,occhi chiari come isole d’incanto,dove fuggire lontano e trovare la pace a piedi scalzi e la bocca,oh la sua bocca,smorfiosa e spietata orchestra di sogni,terra umida dove germoglia la passione,precipizio di carne e sangue dove sprofondare ad ogni suo sorriso.Lei era bellissima.Lo era in un modo meraviglioso.La vidi per la prima volta sulla rambla,era un magnifico pomeriggio di sole a barcellona ed io me ne stavo seduto in un bar in compagnia di un paio di birre.Mi passò davanti e sentì il mondo rallentare.Mi alzai e la seguì senza pensarci un secondo.Le stavo dietro e lei mi era già dentro.Camminavo cercando di ricalcare i suoi passi,chiudendo gli occhi di tanto in tanto quando un sottile vento si alzava e poggiava sul mio naso il suo dolcissimo profumo alla mandorla.Mi sentivo come il lupo di cappuccetto rosso,solo che io non volevo mangiarla,anzi,l’avrei fatta salire sulle mie spalle e l’avrei accompagnata attraverso il bosco,assicurandomi che non le succedesse nulla.Non si voltò nemmeno per un attimo,camminava svelta e aveva delle grandi cuffie alle orecchie.Mi chiedevo cosa stesse ascoltando e avrei voluto fosse il battito del mio cuore.Arrivammo al mare e lei si sedette su di una panchina,elegante come una foglia che cade in autunno,prese dalla borsa un quaderno e un astuccio di colori e cominciò a disegnare.Per quanto ne sapevo io,avrebbe potuto anche fare un enorme cazzo stilizzato su quel foglio,la vera opera d’arte,il vero disegno divino per me era lei,seduta da sola in riva al mare,col sorriso al vento,a colorare il mondo che entrava nei suoi occhi.Fissavo la sua bombetta blu,non ne avevo mai vista una prima,e i nastri di seta colorati che teneva legati alla sua borsa.Iniziai ad immaginare che fosse lei a far spuntare l’arcobaleno dopo la pioggia,tirandolo fuori dalla sua magica borsa,o magari con uno di quegli strani incantesimi da fatina walt disney,danzando con la sua bombetta e i suoi nastri,con i fiori a cantare e gli uccelli a tenerle il vestito,accompagnati da un pianoforte suonato da una scimmia in frac.Continuò a disegnare ed io continuai a guardarla seduto su un muretto non molto lontano,fin quando il sole non venne giù,forse imbarazzato dai suoi sguardi.Sistemò le sue cose con cura,le mise dentro la borsa,si alzò e andò via.Decisi di non seguirla,paralizzato da ore di meraviglia,contento di averla amata per poche ore in silenzio,senza chiederle nulla in cambio.Andai a sedermi sulla panchina dove prima c’era lei,dove calda era ancora l’impronta della sua ombra e lì,trovai uno dei suoi colori.Il turchese fu la prima cosa che toccai della sua vita,lo guardai come se fosse l’unico al mondo e per un attimo pensai di mangiarlo,poi cambiai idea e decisi di tornare a casa,con il colore stretto in bocca come fosse una rosa rossa.Il giorno dopo tornai nello stesso posto,deciso ad aspettarla per restituirle quello che le apparteneva e magari chiederle di sposarmi se non aveva nient’altro da fare quel pomeriggio.Comprai una bottiglia di vino tinto e seduto su quella panchina,sorseggiai l’attesa,pensando a cosa dirle e come dirglielo se mai si fosse fatta viva,ma c’era sempre qualcosa che non mi convinceva a pieno e allora ricominciavo,tornando sulla casella di partenza come in uno stupido gioco dell’oca,con i dadi che rimbalzavano sui miei perché fermandosi su una delle loro facce,che a me parevano sempre e comunque migliori di quella che avevo io.In poco tempo il vino trasformò il mio romanticismo in eccitazione pura,immaginavo la sua lingua leccare il mio collo,il suo viso gemere di piacere,le mie mani tra le sue cosce sudate e la sua bocca,oh la sua bocca,sussurrare ancora ancora e ancora.Il vino finì presto.Mi alzai da quella panchina come fosse un letto consumato ed andai a comprare un’altra bottiglia,come se fossi nudo in casa mia.Quando tornai a sedermi ero ancora su di giri,aprì il vino ed accesi l’ennesima sigaretta.Aspettarla mi sembrava così dolce,fremevo e mi eccitavo al sol pensiero di vederla arrivare,magari dal cielo,nuda a cavallo di una stella cadente.A metà bottiglia di lei ancora niente,il sole cominciò a calare stavolta con un ghigno dispettoso,terminai a piccoli sorsi il mio vino come un bambino ubbidiente finisce i suoi compiti e continuai ad aspettarla fissando la punta usata del turchese ad olio.Il cielo di Barca era di uno strano metallo ramato,il mare si muoveva lentamente,pettinando le mille sirene nascoste nel suo profondo blu,il vento caldo muoveva la fortuna,asciugando lacrime e disegnando sorrisi,io mi addormentai come un povero fesso su quella panchina,cullato da ore di pensieri immersi nel rosso vino.
“Todo bien?” mi chiese qualcuno il mattino dopo sfiorando con una mano le mie gambe ranicchiate ed umide,aprì gli occhi truccati dal sonno e la vidi,era lei,proprio lei,la splendida e luminosa principessa dei colori che avevo seguito ed aspettato per un giorno intero.”Ora si,ora tutto bene” le risposi stropicciandomi gli occhi e mettendomi a sedere composto.Sentivo di fare schifo,l’alito mi puzzava di sala biliardi,la faccia era sconvolta dalla notte passata sulla panchina e la testa mi girava come se avessi preso in pieno una pallonata.”Oggi è il mio compleanno”dissi,”non mi dire che i tuoi amici ti hanno regalato una panchina!?”rispose cuocendomi a fuoco lento.”Questo penso sia tuo”e le restituì il turchese,”oh ma grazie!penso di averlo perso ieri proprio qui,che cretina che sono!”rispose sorridendo mentre pensavo a quanto ero cretino io.”Posso offrirti la colazione?” le chiesi,”Mmm solo se andiamo in un posto qua dietro che fa i migliori cornetti di tutti Barcellona!”
Accettai ovviamente,avrei accettato anche se si fosse trattato di andarci saltellando su una gamba sola.Parlammo per ore in quel bar,dai cornetti passammo ai toast e dal cappuccino alla birra fresca,senza fare mai caso al tempo che passava,parlammo di tutto senza il minimo imbarazzo.La mia allergia alle noci,il suo interesse per l’arte romantica,il mio amore per i viaggi,la sua frattura al polso sinistro quando aveva dodici anni,la mia galoppante miopia,il suo disgusto per l’ipocrisia,la mia passione per la storia romana,il jazz,il circo,i ritardi in aeroporto,i cartoni animati,la politica,il vino,le nuvole.Poi le accarezzai il viso e la baciai con amore.Le sue labbra che tanto avevo desiderato,erano un tango bollente e il suo respiro lento,soffiava sulle mie guance teneramente,come la carezza di un angelo.Le campane di una chiesa poco distante cominciarono a suonare e noi a ridere.Mi prese per mano e andammo via,a perderci nelle vive strade dei quartieri:barceloneta, barrio gotico,born,sembravano nomi di canzoni suonate da un’antica chitarra spagnola,che usava le strade della città,le “calle”,come fossero le sue corde.I nostri occhi si rincorrevano e le nostre labbra si abbracciavano,tutto mi sembrava più giusto,sensato,perfetto con lei accanto.Arrivammo a casa sua correndo che era ormai scesa la sera,salimmo le scale in fretta come se una bomba stesse per esplodere e facemmo l’amore,per terra.Lei era bellissima e lo era in un modo meraviglioso.Ci amammo tutta la notte,sospesi nella nostra bolla di piacere,nudi fino all’anima,i nostri corpi si muovevano insieme,diventando un corpo solo sbattuto tra le onde della passione,io mi aggrappavo ai suoi seni per rimanere a galla e lei stringeva i miei fianchi,mordendo il mio collo,tremavamo dalla voglia.A mezzogiorno avevo l’aereo per Granada,glielo dissi vigliaccamente mentre lei ancora dormiva sulla mia spalla.Profumava di caramelle.Si svegliò e ci guardammo a lungo negli occhi,dicendoci tutto quello di cui le parole non sono capaci,le baciavo la fronte e le accarezzavo i capelli.Poi lei si alzò,prese dalla sua borsa una specie di quaderno,strappò via un foglio e me lo diede dicendomi:”Questo è per te,anche se in ritardo buon compleanno!”.Era il disegno che aveva fatto quel giorno,mentre io la guardavo e m’innamoravo di lei,nel disegno c’ero io seduto su quel piccolo muro che costeggia il mare,che sorridevo con la faccia al sole.La presi in braccio e facemmo l’amore baciandoci le lacrime.Ero ormai in un ritardo mostruoso,dovevo ancora preparare tutto,arrivare alla stazione degli autobus e prenderne uno per l’aeroporto di Girona.La salutai abbracciandola forte,cercando di fissare nel mio sguardo qualcosa del suo,le misi un bacio nella mano,le sorrisi ed andai via senza più voltarmi.Tornai al mio ostello schizzando tra la gente e la sua flemma,misi tutto nello zaino,pagai la signora in ciabatte e correndo presi la metro,sentendo scivolare sulla mia schiena una goccia di sudore in più per ogni secondo che passava,riuscì a prendere l’autobus afferrando l’autista per la camicia,arrivai in aeroporto e salutai il mio aereo ormai partito da qualche minuto.Cazzo.Quando perdi l’aereo non c’è niente che tu possa fare,sei solo,nervoso e perduto,con uno zaino che ti sembra immediatamente più pesante.Uscì per fumare una sigaretta e cercare di rilassarmi,misi la mano in tasca per prenderne una e sentì qualcosa accanto al pacchetto.Era il turchese.La principessa l’aveva messo di nascosto nella tasca dei miei pantaloni.Fu allora che capì cosa mi stavo cercando di dire il destino.Certo avevo perso il volo,ma avevo appena conosciuto qualcuno capace di insegnarmi a volare.Tornai a Barcellona e la trovai lì,su quella panchina,come se mi stesse aspettando.


#010


Vorrei iniziare questo svisceramento parasimpatico fischiettando,intonando una melodia standard da esperto contadino del Tennessee,che si dondola sulla sua fedele sedia scricchiolante mentre arrotola una sigaretta di tabacco.Purtroppo però,non ho né una salopette di jeans né un cappello di paglia intrecciata,né una melodia.Devo abbandonare l’idea di dondolarmi nel Tennessee ma posso pur sempre arrotolare una sigaretta di tabacco e fumare fino ad avvolgere completamente il mio cielo.

La vera storia di Nascon Dino.

Solo il destino può chiudere un occhio mentre l’altro guarda fisso l’errore.Quando Cristoforo Colombo scoprì l’America,il suo destino aveva gli occhiali da sole.Navigato marinaio genovese,iscritto con assoluto merito negli annali storici per aver compiuto l’irripetibile impresa di sbagliare tutto e avere la fortuna di trovare una scusa grande quanto l’America.Per rendervene conto provate ad osservare una qualsiasi cartina geografica,puntare il pollice della mano destra sulle coste del Portogallo e raggiungere l’India con un dito qualsiasi della stessa mano.A seconda della grandezza della cartina,dovreste riuscire a toccare l’India con facilità o trovarla al massimo poco distante dal mignolo.Ora che avete l’intero mondo conosciuto a portata di mano,attraversate con lo sguardo l’intero Atlantico e,pian piano che i vostri occhi sfiorano le onde dell’oceano,rendetevi conto del più sincero significato dell’espressione “cose dell’altro mondo”.Trovo che sia più o meno come se,durante un romanticissimo pic-nic su una collina carezza tramonti,fossimo rapiti da un attacco violento di cacarella folgorante e trovata una scusa sudata per lasciare gli scacchi della tovaglia sulla quale è sdraiata la vostra dama,partissimo alla disperata ricerca di una fratta con qualche foglia di fico dove liberarci dall’incubo marrone e finire invece per trovare a pantaloni calati,il giacimento di petrolio più grande del mondo,una caverna piena di diamanti e minerali extraterrestri e il tesoro segreto del pirata popò con dentro anche un po’ di carta igienica e salviettine profumate.Senza voler ulteriormente enfatizzare su ciò che accadde nell’ottobre del 1492,riporto per concludere questa breve e personale analisi,le parole dell’allora ministro portoghese degli errori marittimi,Da Costa:”Nella progettazione dell’impresa non abbiamo considerato un piccolo particolare,Cristoforo Colombo è italiano,mentre gli uomini della truppa sono tutti spagnoli o portoghesi ed è più che normale qualche piccolo fraintendimento tra comandante e subordinati,in fin dei conti hanno sbagliato la rotta di solo 4 o 5 mila chilometri.Poteva andare molto peggio.”
In effetti il ministro aveva più che ragione,poteva andare veramente molto peggio,Cristoforo Colombo e la sua ciurma avrebbero potuto ritrovarsi dopo estenuanti mesi di viaggio sulle coste pugliesi e prendersi un sacco di mazzate non appena avessero cominciato a dare dell’indiano a qualcuno,e io non avrei mai potuto ascoltare la storia che sto per raccontarvi.

Dino Nascon nasce nell’altro mondo nel 15 a.c.c. che sta per Avanti Cristoforo Colombo.Nessuno l’ha mai visto,nemmeno sua mamma che lo partorì mentre si arrampicava su un albero di cocco e nemmeno suo padre che da giorni era a caccia di chi avesse messo in cinta sua moglie.Sua mamma,distrutta dall’enorme sforzo cadde dall’albero e sbattuta la testa perse cocconoscenza.Appena nato dovette già fare i conti con la dura e umida realtà.Né una carezza,né un sorriso,né un parente a dirgli che era tutto suo padre e un altro a dirgli che era tutto sua madre,fu davvero un brutto inizio.Il piccolo Dino dovette reagire.Dopo aver pianto disperatamente per un’ora senza ottenere nessun risultato,decise di cambiare strategia,ma si rese subito conto di essere troppo piccolo per conoscere qualche altra strategia e così continuò a piangere ancora più forte di prima.Cominciò a disperarsi e strillare tanto forte che alcuni ricercatori della facoltà di Scienze e Tecnologie del Pianto dell’Università di Urbino,pensano sia stato il vortice d’aria dovuto alle sue interminabili lagne a soffiare beffardamente nelle vele delle tre caravelle e farle così cambiare clamorosamente direzione.Quando sua mamma riprese conoscenza,forse il giorno dopo,tramortita dalla tremenda caduta dall’albero e dal violento sforzo per il parto,non ricordò nulla e si mise in marcia verso il villaggio di Nascon,aldilà del fiume.Quando riacquistò la memoria,da un ambulante suo amico,cominciò a correre verso l’albero di cocco dove aveva partorito,urlando e cercando dappertutto il suo cocco di mamma,ma ormai era troppo tardi,Dino era già stato adottato da una coppia benestante di camaleonti sterili.E’ la dura legge della giungla.A nulla servirono le estenuanti ricerche che l’intera gente di Nascon organizzò per giorni e giorni e man mano che il tempo passava iniziarono tutti a convincersi che il piccolino era stato servito come dessert ad un pranzo di nobili re leoni, mentre invece il nostro Dino aveva già imparato la perfetta tecnica di mimetizzazione del camaleonte e assisteva divertito alle ricerche,trasformandosi a piacimento in un cespuglo,un casco di banane,sassi e fiori di maggio.Non aveva nessunissima intenzione di rivelarsi al mondo degli uomini.A chi poi se non aveva mai visto sua madre e suo padre e il primo gesto d’amore di cui ha memoria è lo sguardo a palla della signora camaleonte che lo prese con sé salvandolo dalla giungla feroce?Dino quella notte decise di vivere la sua vita come un camaleonte,nello stesso tempo sua madre giurò di non arrampicarsi mai più su di un albero e suo padre passò da sentirsi un cornuto a sentirsi un povero disgraziato.

Passarono quindici anni,Dino ormai era un acchiappamosche formidabile e un rapidissimo trasformista,viveva sempre con l’amorevole coppia di camaleonti che l’aveva adottato,ormai anziana,e passava intere giornate a nascondersi e osservare tutto senza essere visto.Ogni tanto si truccava da albero e tornava a spiare il villaggio degli uomini,che lo incuriosiva più di un accoppiamento tra tartarughe.Un giorno come tanti altri,Dino andò a spiare la gente di Nascon,ma quando arrivò al villaggio saltando e strisciando tra gli alberi e i cespugli come l’ombra del sole,vide le capanne bruciate e gli uomini legati da altri uomini che lui però non aveva mai visto.Erano bianchi,piccoli,con strani vestiti e copricapi,agitavano spesso la mano dentro i pantaloni e sputavano in continuazione.Era il 12 ottobre 1492 per Cristoforo Colombo e la sua ciurma,semplicemente il giorno più di merda della loro vita per gli abitanti del villaggio.Vennero portati tutti in riva al mare,dove ormeggiavano le scialuppe,le donne furono slegate e costrette a cucinare per la truppa,mentre gli uomini legati,dovettero a suon di sganassoni spiegare agli invasori dov’era l’oro.Gli indiani,come gli chiamavano gli astuti marinai,gli portarono prima nei loro splendidi campi di peperoncino e giù botte da orbi,poi in quelli di patate,e ancora legnate,poi passarono ai pomodori e alla cioccolata e lì qualcuno iniziò per fortuna a calmarsi.Mangiarono tutta la notte come balene a un matrimonio e bevvero casse intere di un rhum pessimo comprato da alcuni pirati in mezzo all’oceano.Cristoforo Colombo a fine serata per divertire la ciurma fece il suo famosissimo numero chiamato “l’uovo di Colombo”,riusciva a ingoiarne uno intero e cacarlo intatto dopo meno di trenta secondi.Scene di giubilo in riva al mare,gli chiesero il bis e Colombo svenne sulla sabbia completamente sbronzo.La truppa lo seguì per evitare l’insubordinazione e crollarono tutti dopo un ultimo sorso.Dino era lì,mimetizzato perfettamente tra le foglie della fitta boscaglia che arrivava quasi fino al mare,aspettava schifato il momento giusto per liberare gli uomini del villaggio di Nascon dalle catene degli invasori venuti dal mare con le loro gigantesche navi di legno.Non appena gli sentì russare tutti come zitelle,quatto quatto slegò tutti i prigionieri,che subito approfittarono della sbronza colossale dei loro inaspettati ospiti,per legarli con le loro stesse catene.Dino tornò a nascondersi non appena ebbe liberato tutti i prigionieri e assistette alla loro incontenibile gioia quando offrirono il ben servito agli strani forestieri.Si svegliarono la mattina dopo con le prime luci del sole americano e si ritrovarono tutti legati e con un fortissimo mal di testa.Ma la gente del villaggio è gente saggia e misericordiosa,contrattarono la libertà di Cristoforo Colombo e dei suoi scagnozzi in cambio solo dei loro strani copricapi e di alcune casse di rhum pirata e gli lasciarono andar via sulle loro navi bisonte.Solo una cosa restava da fare adesso agli uomini del villaggio,trovare quel ragazzino che gli aveva salvati.Iniziarono a cercarlo dappertutto e a sua madre,che mai l’aveva dimenticato,batteva forte il cuore perché sentiva in fondo che quel ragazzino era proprio il suo bambino perso quindici anni prima.Ma trovarlo era impossibile.Dino non voleva dopo tanto tempo lasciare quella che per lui era diventata la sua famiglia.Scelse di continuare a vivere la sua vita come un camaleonte,mangiare mosche e insetti e nascondersi furbo ovunque volesse,per spiare ancora la gente del villaggio di Nascon.Loro,gli uomini,per ricordare la liberazione dagli stranieri con le grandi navi e gli strani cappelli,ogni sera al tramonto si riunivano tutti in riva al mare e provavano a cercarlo.Sua madre ne era tanto contenta.
Questa è la storia di Nascon Dino.


#009



Era venerdì quando incontrai il ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling stones.Eravamo entrambi seduti sulla pancia di una cicciona,iniziativa del comune di Sintra,per integrare socialmente le taglie forti occupandole in modo redditizio nelle piazze e nei corsi panoramici della città all’uso di confortevoli panchine mobili sulle quale sedersi comodamente.Aspettavo,seduto di fianco all’ancor per poco sconosciuto,l’arrivo dell’uomo che distribuisce bicchieri mezzi pieni.Per questo ricordo che era un venerdì.Non ho mai incontrato costui,ma in città si racconta che sia un fanatico esaltato anticonsumista,vittima di incantesimo voodoo,sciroppato musicante da marciapiede che per tutta la settimana gongola tra i bar del posto raccogliendo bicchieri lasciati mezzi vuoti per farne bicchieri mezzi pieni e servirli al venerdì a chiunque lo riconosca.Ingannavo l’attesa come si consuete all’educazione,ingozzando la dolcissima cicciona di molliche di pane e yogurt al salame notando che la sua pancia diventava boccone dopo boccone sempre più divanesca.Il cielo si riempiva di piccioni come a venezia e la strada era piena di molliche come ad amburgo.Ero circondato da piccioni,almeno due per ogni mollica a beccare insistentemente tutto quello che sfuggiva all’enorme voragine dentata che la cicciona aveva come bocca.Con grandissima sorpresa mi accorsi che il ritmo formato dall’incessante ticchettio del beccare,del masticare uniti al gorgoglio dello stomaco station wagon della mia amica panchina era esattemente lo stesso ritmo di “Ob-La-Di,Ob-La-Da” dei Beatles.Pensavo di doverlo dire subito a qualcuno,ma non potevo smettere di dar da mangiare alla musica.Fu allora che il ragazzo che come me amava i beatles e i rolling stones mi parlò:”Prendi questa gomma da masticare,comincia a farne palloncini e se becchi il tempo giusto facciamo pure “Beast of Burden” degli Stones“.Anche lui sapeva quello che sapevo.Lo guardai come un filo guarda la cruna di un ago e gli risposi:”Si ma questa gomma è al fa di esis,per fare Beast of burden ce ne vuole una in la!”.Il ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones,ascoltate le mie parole mi lanciò uno sguardo d’intesa e alzandosi dalla pancia panchina aggiunse senza battere ciglio:”Torno subito,prendo le gomme e vedo di navallappanculu”.Non capì ma ormai era sparito come una dieci euro in un centro scommesse.Mentre lo aspettavo scritturai un gatto che suonava una lisca di pesce come una chitarra elettrica.Suonava da cani,ma a quel punto non potevo più tirarmi indietro e la cosa non mi dispiaceva affatto.La cicciona cominciava a non gradire più la merenda che le offrivo.Iniziai a preoccuparmi seriamente quando i suoi occhi si riempirono di acquolina fissando un piccione che le beccava a meno di uno sfilatino di distanza dalla mano.Poteva essere una strage.Ero sicuro che se solo fosse riuscita a voltarsi,dato che alzarsi per lei era come chiedere ad una comitiva di giapponesi di smetterla di fotografare cose inutili,sarebbe riuscita a schiacciare in un sol colpo un’intera orchestra di piccioni.Provavo a distrarla ripetendole ad alta voce prosciutto prosciutto prosciutto prosciutto,quando vedo il ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling stones correre verso di me con in mano un altoparlante e tre pacchi di semi per i pop corn.Si lanciò con un balzo da scemo sulla pancia della cicciona e iniziò a saltarle sopra come fosse un tappeto elastico.La gigantesca trippa iniziò a muoversi vorticosamente come un budino lasciato sulla lavatrice accesa,allora mi alzai e preso da impeto salterino cominciai a fare lo stesso.Quando raggiungemmo uno sbrodolamento tale che veniva difficile continuare a saltare,scendemmo dal pancione e cominciammo a versare tutti e tre i pacchi di semi per i pop corn dove fino a qualche momento prima saltavamo come bimbi ad un pigiama party.”Mi sono grattato la testa e mi è venuta un’idea geniale,sfruttando il movimento ondulatorio del ripieno della cicciona possiamo generare l’energia sufficiente a cucinare questi pop corn”disse.”Scusa ma non potevi comprarli già pronti?”risposi,al che lui aggiunse”e tu perché sei salito sulla sua pancia e hai cominciato a saltare come me?”
“Perché lo trovavo divertente”risposi,”ecco,disse,così è molto più divertente che comprarli già pronti”.
Aveva ragione.Avrei potuto banalmente contraddirlo,dato che molte erano le cose che la logica avrebbe potuto rimproverare,ma non mi andava di rompere la scoppiettante armonia fatta di Beatles,piccioni,ciccione e Rolling stones.Dopo pochi minuti i pop corn erano pronti,soffiammo sulla pancia per aiutarla a raffreddarsi e tornammo a sederci come prima ma ora non più da sconosciuti,mangiando pop corn.Mai avrei potuto immaginare che tutto questo sarebbe potuto succedere,così presi la decisione di smettere di immaginare almeno fino a quando la gomma che masticavo avesse conservato il suo sapore.Il ritmo incessante di quella musica masticata,godereccia e saporita non mi lasciava pensare ad altro.Un unico punto mi costringeva a distrarmi dal mio silenzio,volevo saperne di più sul mio vicino di cicciona.Sputai la gomma ormai insipida e sorridendo mi presentai tendendoglli la mano.Fu allora che scoprii che l’uomo che come me amava i Beatles e i Rolling stones non era altro che quell’incontollabile pazzo,scriteriato,invasato,che distribuisce bicchieri mezzi pieni.
Cazzo!Era sabato!!


#008



Appena sceso dalla nave ero così felice che camminavo come Tony Manero e mi permisi addirittura una spaccata. Avevo trascorso tanto di quel tempo su quella nave che riuscivo a stento a ricordare di aver fatto altro nella vita. Per giorni interi pensai perfino di essere un delfino, era il delirio da bassa marea, schizzavo fuori dalla cambusa al mattino appena sveglio completamente nudo e giocavo per ore ed ore cercando di far rimbalzare il più a lungo possibile la mia amata palla rossa a colpi di naso. Abbandonai la carriera da delfino nel preciso istante in cui sentìi scoppiare la mia palla rossa, colpita al volo da uno sputo alla nitroglicerina del capitano Davis. Non aggiunse una parola a quello sputo da record ma mi guardò dritto negli occhi per circa 4 istanti e in quel modo mi ricordò cos’ero e dov’ero: un ragazzino completamente nudo in mezzo all’oceano atlantico.
Spalancai gli occhi più che potevo appena toccai terra, la terra di Lisbona, mi costringevo a non chiudergli neanche per quel banale, umano meccanismo che prima o poi ti obbliga a farlo,non volevo perdermi neanche un cazzo di millisecondo.Era tutto così splendidamente nuovo e meraviglioso nell’inconsapevole splendore che quel momento rappresentava per me. Non mi sentivo nemmeno uno dei tanti, non mi sentivo nessuno, mentre quello che avevo davanti, per me era tutto. Volevo abbracciare ogni cosa, sentire ogni sussurro e partecipare ad ogni conversazione e mosso da questo incontenibile desiderio decisi di muovere il mio primo passo. Ce ne vollero una tonnellata prima che la curiosità lasciasse spazio a qualcosa di molto più fisico, avevo fame. Ero ormai abituato a mangiare gallette di riso, zuppe di ceci e pesce essiccato ma solo nelle occasioni importanti che trovai non poche difficoltà ad ordinare qualcosa non appena presi posto nella taverna “fernando”. Avendo avuto molto tempo libero in nave, sempre se non pensavo di essere un delfino, mi esercitai col portoghese leggendo un paio di libri per bambini, ma pensavo che non era quello il momento giusto di far uscire qualcosa dalla mia bocca, quanto piuttosto di farla entrare e così il mio indice scelse per me qualcosa a caso dal menù. Mangiai così in fretta che il cibo sembrava volessi nasconderlo e trovai una tale pace che mi sentivo bambino tra le tette di mia mamma. Sorridevo, chiudevo gli occhi e sorridevo, poi andai a fare due chiacchiere con fernando. Gli offrìi un pacchetto di sigarette americane e lui mise un disco di elvis, gli raccontavo quello che avevo visto fino ad allora e tutto quello che ancora vorrei vedere e lui mi consigliò la pensione “boa sorte” di suo cugino manel. Ci salutammo proprio mentre il disco di the king finiva di portare a spasso la puntina del vecchio giradischi. Uscìi dalla taverna e mi fece effetto scoprire consapevolmente che avevo un posto dove andare. Ero entrato per caso in quella taverna ed ora avevo l’indirizzo di una pensione,come per una sorta di teoria delle conseguenze avevo colpito la mia prima palla sul tavolo da biliardo e senza considerarne le possibili traiettorie mi ritrovavo a segnare due palle in buca. Chapeau!
All’entrata della pensione mi accoglie un uomo piccolo e tondo sulla sessantina ma con la risata di una bimba in bicicletta di 4 anni. Mi abbraccia sghignazzando e sembra davvero felice di vedermi e così ricambio il suo affetto dandogli qualche amichevole pacca sulla spalla, mentre siamo ancora abbracciati. Mi guarda come se non avesse fatto nient’altro negli ultimi anni che aspettarmi e la cosa mi mette davvero di buon umore.Decido di pagare con anticipo la mia camera per una settimana e la cosa fa ridere il sign.manel come se gli stessi facendo il solletico. Rido anch’io con lui mentre penso che non sà nemmeno come mi chiamo e se dovessi dirglielo la cosa sicuramente lo farebbe ridere.Vorrei quasi pestargli un piede per vedere se anche questo lo fa ridere,ma probabilmente lo prenderebbe come un gioco e pesterebbe allora lui il mio piede e toccherebbe a meridere.
Prendo le chiavi e inizio a salire le poche scale che mi separano dalla camera numero sette,quella che per sette giorni sarà la mia casa.E’ tutto perfetto, sento un oceano dentro,apro la porta della stanza e sul letto trovo una palla rossa.

 
#007

La prima volta che ho fatto l’amore ho detto tre volte scusa e una volta ti amo.Non ricordo con esattezza l’ordine preciso,mi sentivo osservato ed ero terrorizzato dall’idea che il pisellino potesse staccarsi e perdersi nella farfallina.C’era un profondo senso d’unicità in quello che facevo,sentivo che sarebbe stato memorabile e irripetibile,ma tutto questo sentire,provare e volere allo stesso tempo mi angosciava.Mi concentrai allora sul ritmo e sul fiato,come un allievo a scuola di musica che si esercita nel solfeggio.Ricordo che partiì con un twist,dove mi sentivo abbastanza sciolto avendolo ballato con mamma a una dozzina di feste in famiglia.Nudo,mi sciolsi poi in un blues.Sentivo il soffiare dei treni a carbone e con la coda dell’occhio mi godevo il panorama.Non stavo facendo l’amore,lo stavo attraversando.Il ritmo era proprio quello di un vecchio blues al cotone,poche note calde che si ripetono ipnoticamente riempiendo la stanza di cappelli di fumo.Ero tra parentesi e vedevo all’orizzonte avvicinarsi il punto dove sarei andato a capo.In punta di piedi,galleggiavo a ritmo,prendendo fiato quando riuscivo a cacciare il naso dalle parentesi che avvolgevano me e quello che sarei diventato un momento dopo.Era la prima volta che tornavo da quelle parti,la mia prima morbida,calda e amorevole casa.Non che io abbia mai pensato nemmeno per un istante alla farfallina di mia mamma,ma sono figlio di mamma farfallina,siamo tutti figli di mamma farfallina!Anche se ci sono persone tanto burbere e disdicevoli che sembrano piuttosto nate dal buco del culo.
Poi ci siamo dati la mano.Passeggiavamo attorno i nostri ombelichi mentre la chitarra passava di colpo dal cadenzato blues al frenetico swing.Ebbi come la sensazione di aver fatto tutto solo per raggiungere quel momento,tanto che il mio corpicino sudato iniziò a dimenarsi come un ragazzino difronte al suo primo skateboard.
Lo swing mi aiutò a mantenere l’equilibrio su quel sottile filo che mi avrebbe portato,passo incerto dopo passo incerto a precipitare ad occhi chiusi nel piacere.
Ah bè,eh si,ma ceeerto.Il Cristo e la Madonna che ballano il tip tap alla festa del tuo compleanno mentre Garibaldi ti regala un cavallo,Totò ti racconta una barzelletta e batti Leonardo da Vinci a scacchi.Dante che arriva dopo insieme a Virgilio e ubriaco fradicio inizia a raccontare una serie di storie assurde sul cammino della vita,i fiumi dell’inferno,le montagne del paradiso e su quant’è bona Beatrice,sempre lei.Lo sanno tutti che da tempo il povero Dante,avvilito dall’insuccesso della sua storia con Beatrice,passa le sue giornate al bar della piazza tra un videopoker e una Peroni.
Oh povero amore indesiderato,che vive sognando la primavera nella poca ombra dell’inverno.Oh meraviglioso amore amato che vive d’intesa e sospiri.L’amore è essere amore.Fare l’amore è farsi d’amore.Veniamo amati come bruchi e amiamo come bachi da seta,finchè l’amare e l’essere amati non ci colorerà come farfalle.
Viva le farfalline.



#006

Dove nascono le parole?
Bè io non lo so e non penso di poter mai essere capace di stabilire una legge universalmente riconosciuta che valga a confermare e garantire la mia tesi in qualsiasi dibattito.
Personalmente proverò a sciogliere questo punto interrogativo cuocendolo in un tentativo che brucia dalla curiosità.
C’è chi le parole non le capisce, chi semplicemente le sente, chi dice di averle perse e c’è chi riesce addirittura a vederle. Questo significa che ognuno ha il suo modo di reagire di fronte alla parola, ma significa anche che qualcuno in precedenza ha agito sulla parola; dandole un senso, chiedendole un favore, cercando qualcosa in cambio o persino chiamandola per nome come mai nessuno fino ad allora aveva fatto. Quest’ultima cosa mi incuriosisce più delle altre, perchè intende il riconoscimento dell’esistenza sociale di qualcosa già assolutamente esistente nel reale. Mi spiego meglio.Pensate ad un uomo senza nome. Potrebbe essere un vostro amico, un vostro vicino di casa, potreste incontrarlo per strada e dirgli “Ehi ciao!” e poi invitarlo a cena, andare insieme al cinema e magari farci anche l’amore. Senza un nome tutto questo avrebbe un senso? Io penso sinceramente di si.Giovanni non vuol dire nulla.Ma perchè allora sentiamo profondamente il bisogno di dare un nome a tutto? Nella maggiorparte dei casi per poi dimenticare al primo sbadiglio.
Penso all’uomo che un bel giorno di tanti anni fa ha deciso di dare finalmente un nome a quel “coso” fresco e trasparente che nasce sui monti, cresce a valle e muore in mare. L’ha chiamato fiume. Così come qualcun’altro, sicuramente prima di lui, avrà dato il nome al mare, alla valle e al monte per permettergli di descrivere quel “coso” in altri termini. Ciò non toglie però nulla al coso-fiume. Prima ancora di avere un nome la sua acqua era pur sempre fresca e trasparente, il suo percorso di vita era sempre lo stesso:dai monti fino a valle per poi dare il bacio della buonanotte al mare. La vera essenza del fiume non beneficia di alcun termine. Per quanto interessa a lui poteva anche chiamarsi corridoio, avrebbe continuato lo stesso a scorrere senza nè ribellarsi nè ringraziare. Il senso delle cose resta in silenzio, non parla ma comunica. E’ il nostro senso comune ad aver bisogno di nomi e cognomi per dire di conoscere un amico, di marche sui pantaloni per decidere quale ci sta meglio o di combinazioni di parole per esprimere l’amore che abbiamo e ci scoppia dentro. Non ci sentiremmo di amare senza aver detto ti amo.
Ma non è il nome a custodire l’importanza, appartiene al messaggio. La parola è come la carta dei cioccolatini: identifica, ricopre ma non nutre. Se voglio un cioccolatino al latte ne cercherò uno con la carta blu, se lo voglio fondente allora prenderò quello con la carta nera. Lo stesso è per le parole.
Se voglio raccontare qualcosa “al latte”, cercherò i messaggi ricoperti di parole blu così come se voglio che il mio racconto sia fondente sceglierò tra i messaggi ricoperti di parole nere. I migliori nel compiere questa scelta di gusto hanno fatto venir voglia di cioccolato a milioni di persone. Ora, i più golosi sanno quasi sempre quale parola è giusto scegliere, nell’altro caso, i diabetici devono compiere un enorme sacrificio e solitamente scelgono per necessità e non per gusto.
Ma la parola è un lasciapassare che serve a te, solo per essere te agli occhi di un altro. Quelle stesse parole le dici a te stesso in silenzio e ti fidi, ma è la persona a cui ti rivolgi che vuoi che comprenda. Dire fuori quello che si sa dentro. Trasmettere e condividere, senza tradirci pensando che il silenzio sia egoista. L’uomo silenzioso ha la stessa naturale voglia di cioccolatini che abbiamo tutti, solo che non sa bene quale scegliere fra i tanti e l’incertezza lo porta ad aver paura di commettere l’errore di scegliere quello sbagliato o quello preferito da qualcun’altro, tanto da scegliere di non scegliere. Ma la voglia rimane e prima o poi la bocca si aprirà anche solo per dire: “basta cioccolatini!”.
Ci sono parole che non hanno bisogno di essere dette per essere capite,momenti dove è nel silenzio che si parla e una parola,una semplice parola potrebbe risultare come il discorso più brutto che si sia mai fatto.Non voglio correre questo rischio ora che sono su una nave enorme chiamata carolina che saltella sull’oceano come una bimba in un campo di girasoli.Non voglio correre il rischio di sbagliare le parole nel descrivere quello che provo mentre viaggio verso l’altra parte del mondo.Ora è il momento di rimanere in silenzio e ascoltare.




#005

La confidenza cammina al buio. Conoscere accende le luci, ma fidarti di ciò che conosci quelle luci le spegne. Funziona così quando torno a casa e percorro la distanza che separa l’ingresso dalla stanza da letto, sviolinando passi di nuvola attraverso porte e corridoi che fingono di dormire. Scivolo ad occhi chiusi in un comodo nero trovando per gioco il mio letto, senza impegno, come fossi un dito di Beethoven che suona tanti auguri al pianoforte. Tutto è chiarissimo nel buio di casa mia.
Conosco persone che stanche di inciampare e sbattere in chissà cosa e non potendo accendere la luce per non svegliare mamme, mogli, cani, fratelli o compari hanno deciso di dormire in macchina nelle notti di particolare splendore alcolico. Lì, l’unico impedimento era riuscire a riconoscere la propria macchina.
Sbattere e ribattere la stanchezza a penzoloni fuori la finestra di casa per ritrovarsi interi a piccoli passi. Decidere di accendere le luci al buio solo per accorgersi del contrario, poi filare a letto. Una casa serve a partire e tornare, a piegare e conservare l’esperienza nei cassetti per cacciarla fuori semmai si avranno dei nipoti e un camino, o degli amici e un bar. Quei cassetti è ora di riempirli, è ora di partire, è ora. Alle dodici e quaranta di stanotte salirò su una nave lasciando casa e America. Seguendo la rotta del finchelabarcavà dovrei raggiungere zia europa tra 150 sigarette e 3 bottiglie di whisky. Ieri sognavo di entrare vestito da Charlot in un enorme cannone da circo e farmi sparare dall’altra parte dell’Atlantico tra gli applausi dei bambini, atterrando su un enorme torta alla panna nei pressi di Marsiglia. Et voilà sarebbero state le mie prime parole dall’altra parte del mondo.
Sento il gong e si fa sul serio. Lascio l’enorme torta alla panna, il vestito da Charlot e il cannone da circo pronto a partire e riempirmi gli occhi di cose mai viste, le orecchie di parole che non capisco, le tasche di amore e pioggia per trascorrere le mie giornate a respirare profondamente e profumare il mio sangue dell’odore di quei momenti. M’innamorerò ogni giorno di qualcuno o qualcosa, canterò e ballerò coi nuovi amici, di una sera o per la vita chissà. Andrò in giro nudo vestendomi di sguardi e salutando tutti sorridendo. Ululerò alla luna piena. Farò la pipì in strada per segnare il mio passaggio e a chiunque mi chiederà un nome pregherò di darmene uno nuovo. Voglio essere tutti, prima di diventare me stesso. Auuu auuu auuuuuuuuuuu


 

#004

Ad un certo punto ha iniziato a piovere che erano mazzate dietro i reni.Veniva giù che sembrava divertirsi tanto che rideva la pioggia.Una iena.Tutto si fermava per ascoltare le frustate violente del temporale e il suo dominio sul sereno,che fino ad allora suggeriva il suo tempo.Siamo sotto un forte regime temporalesco dicevano.L’estate lasciava il palco barcollando,con in mano ancora mezzo mojito ormai caldissimo,accompagnata dalle urla di qualche ubriaco invasato.Tanti dicevano che non l’avrebbero mai dimenticata.Ma era il momento di Autunno,ora era il suo turno.Ed ecco un assolo terrificante di lampi e fulmini che sparecchiano con un sol gesto l’intero cielo.Inizio a pensare in questo preciso momento che sarà sicuramente una splendida performance.Ma non mi diverto.Il tempo in fondo è una perenne esibizione di se stesso.Replica costantemente il suo conosciutissimo repertorio,che tranne per qualche improvviso cambio di scaletta si ripete ormai da sempre.Tutti conoscono le quattro stagioni e tutti ne preferiscono almeno una.Personalmente preferisco la primavera,per la sua adolescenza.Nel tempo ho capito che il tempo si spiega col tempo.Bisogna starne al passo e tenerne il ritmo.Capirlo è stato come sbadigliare,e morire soffocato da un piccione che ti entra in gola a tutta velocità.Ci vuole coraggio per vivere tanto appassionatamente da sopportare il susseguirsi scialbo del tempo e i suoi pacifici accordi senza cercare una maniera in più.Ad esempio inventarsi un natale in estate,o moltiplicare i ferragosti e le notti di halloween,o eliminare i lunedì e allungare i fine settimana.Qualcosa che basti a soddisfare la semplice novità.Ma il temporale mi stupisce e la voglia si accontenta.Subisco lo srotolarsi delle ore e l’alternarsi delle nuvole commentandolo in ascensore:”Ha visto bla bla?”,-”si bla bla bla” mentre penso solo a ricordarmi la prossima volta di scendere a piedi.Tendo le braccia alla luce,come un bimbo,cercando di afferrare qualcosa che non sò.Deve essere così.Tutti i pensieri che si affacciano al di là del mio piccolo mondo non possono essere che vaghi e indefiniti.I pensieri che io posso afferrare completamente sono minuscoli…che due e due fanno quattro…che quando si ha fame è piacevole mangiare…che l’onestà è la miglior politica;tutti i pensieri più grandi sono infiniti e senza limiti,per la mia povera mente infantile.Vedo solo indistintamente attraverso le nebbie che avvolgono l’isola della mia vita,circondata dal tempo,e ascolto appena il fiottare del grande mare, al di là.

 

#003

 L’insicurezza mi attanaglia. Il verbo esprime perfettamente la durezza e la decisione del sentimento. Il vento fresco che sento mi dà la sicurezza che ho ancora i piedi, le gambe, le mani, i capelli e tutto il resto, tranne la faccia. La faccia proprio non sento di averla. In realtà non ho mai sentito la mia faccia. Fossi dall’altra parte, fossi la persona con cui sto parlando tutto sarebbe più chiaro ma così, senza essere mai riuscito a parlarmi guardandomi dritto in faccia, non posso che immaginarmela come la nuvola di un fumetto con dentro quello che ho da dire: lettere stampatello colorate a seconda dell’intensità del discorso, che sostituiscono occhi naso e bocca. Le orecchie sono un optional, punti interrogativi che delineano un profondo scetticismo all’ascolto generale e non desiderato, viziate però da una profonda curiosità nel tempo libero. Di questo sono sicuro, il resto nasce e muore nel vento. Come le scorreggie. L’insicurezza di questi giorni trova nel dubbio un perfetto alleato. Insieme riescono a portare la mia mente nel paese dei balocchi e dopo avermi riempito la pancia di caramelle e cioccolate mi ritrovo trasformato in un ciuco mentre me la spasso giocando a biliardo e fumando sigari. Devo essere integerrimo, lucido, integro e convinto. Non può esistere nè un gatto nè una volpe quando c’è da affrontare un oceano e io devo se non voglio tradirmi. Al di là di mille orizzonti mi aspetta un immenso albero stracolmo di meravigliosi frutti di una vita che devo essere capace di cogliere prima che marcisca sotto un sole che non ho nemmeno mai visto. La mia strada è dopo l’oceano. Mamma e Papà partirono su una nave cargo con due zaini, una chitarra e una Moleskine piena di incantesimi, ma quelli erano altri tempi. Odio pensarlo, ma quelli cristo erano davvero altri tempi. Io aspetto ancora la scintilla che infiammi la paglia del desiderio trasformandola in un fuoco prepotente. Ho bisogno di un segnale, una svolta, un miracolo, qualcosa che elimini le ombre e mi sollevi dal “forse” trascinandomi ad occhi chiusi su un’enorme nuvola che il vento spinge oltre la paura.
Low

 

#002

Mi piace il pomeriggio. Vedere il sole degli alberi fuori la finestra, il fresco del ventilatore che il culo ha trovato nel ripostiglio e i saltini che la musica fà nel cervello se l’ho inchiodata alle orecchie con le cuffie. Si vede che non ho un cazzo da fare.
In questo momento penso con convinzione e mezzo sorriso in faccia, che gli aerei possano essere condotti dai direttori d’orchestra e che la musica dei violini, delle chitarre, delle fisarmoniche, dei tamburi, dei bassi, degli ottoni e dei pianoforti possa sostituire comodamente i motori del suddetto velivolo. Se per esempio, la bacchetta del direttore d’orchestra ordinasse all’orario stabilito, a tutti gli strumenti del coro di attaccare e lì, si alzasse a palla il volume delle casse gigantesche messe dove prima erano i motori, l’aereo avrebbe tutta la potenza necessaria per fare il suo mestiere di aereo. Questo è solo un piccolo esempio che spiega l’importanza fondamentale che la musica rivestirà dopo la terza guerra mondiale del 2013 tra: quelli per Ligabue,quelli per Vasco e quelli a cui non gliene freca un cazzo che si svolgerà all’Arena di Verona durante l’ultima puntata del Festivalbar. La guerra si baserà sul televoto. La musica risolverà tutti i problemi da lì in poi. Tutto si farà con la musica per la musica. La musica diventerà la prima forma d’energia del mondo. Collegandoci all’esempio degli aerei di prima, dopo il 2013 lo stesso volare dell’aereo produrrà, attraverso un sistema di ali melodiche, musica da spargere nell’aria per innaffiare con le sue note gli spazi che durante la traversata avrà occupato o a cui avrà fatto maestosamente ombra. Sarà una rivoluzione incredibile.
Ora però spengo il ventilatore. Fumo. Ma non smetto di pensare a quello che si può fare con la musica.
Penso anche che voglio partire e non ho il coraggio di decidere quando. Saranno le “cose” a decidere dico spesso. Sono però attivo nella modalità “pronto ad andare” e proprio per questo motivo sono sensibilmente attento ad aspettare e poi capire “le cose”, quando vorranno spiegarmi cosa devo fare. Ho capito ad esempio quando era arrivato il momento della macchina fotografica. Tutto è successo nel giro di una settimana, da quando quel giorno sentii parlare di lei. Ci siamo visti per la prima volta su newoldcamera.com e subito ho avuto l’impressione che fosse lì ad aspettarmi da tutta la vita. Meno di 100 euro (140 dollari circa) e ho una bellissima bimba a pellicola di 26 anni. Stiamo insieme da pochissimo ma tra noi c’è stato già il primo rullino. Sarà sicuramente mia compagna di viaggio. Ora resta solo da affrontare il dibattito solito con la valigia quando c’è da organizzarsi. Partirei sempre ricordandomi sempre e solo delle stronzate ma lei, la valigia, con il suo spazio è premurosa e consigliera. Sarà quel che sarà, ora non lo so, è pomeriggio e io amo il pomeriggio quindi vediamo che succede. Sta arrivando il temporale, ho messo le cuffie e sono disteso ad immaginare gli aerei volare per un disco dei rolling stones messo a palla.

 

#001 Intro

Il Blues e i marshmellows, questo solo posso dire di conoscere dei miei genitori.Ho scoperto di essere sostanzialmente figlio di una scatola di cartone.Cresciuto nella soffitta di casa di zio whiskey e zia insonnia,barba e bretelle lui,solo barba lei.Ho venti3anni,un paio di scarpe marroni,denti bianchi e nemmeno una foto di me piccolo con babbo natale.Fino a poco tempo fa pensavo che mio padre fosse dovuto tornare sul suo pianeta come e.t. e che mia madre fosse troppo sensibile per volermi incontrare.Scoprire la scatola è stato come spegnersi una sigaretta dentro l’orecchio,impossibile non sentire il dolore.Dentro c’era l’America di mamma East e papà West: il 45 giri di john lee hooker,marshmellows ancora imbustati,cartoline di tutto il mondo,nastri colorati,profumi francesi,racconti di poe e mille fotografie di mà e pà con i loro mille amici nei mille posti dove sono stati quando il mondo entrava tutto in un furgoncino volkswagen.La scatola parlava e sono quasi convinto che ad un certo punto m’abbia anche dato una pacca sulla spalla.Ora,io,parto.Questo ho pensato mentre guardavo mia madre e mio padre seduti dietro i loro occhiali nel sole in bianco e nero polaroid,ridere e bere birra in tutta europa. Lisbona, Madrid, Barcellona, Bordeaux, Parigi, Londra, Bruxelles, Amsterdam, Stoccolma, Praga e poi Vienna, Venezia, Firenze, Roma e Sicilia.

Voglio esserci anch’io nelle loro fotografie.Andrò in quei posti.Cercherò i loro amici troverò le loro storie e le ascolterò nel silenzio delle risate di quarantanni fà.

Mi chiamo Low. Sono figlio di East e West Cost e sto arrivando.

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carolina ciuciuffo

22. giu, 2009

posso venire con te?

fede

24. giu, 2009

…me la sono salvata…chissà se quelli a cui la farò leggere ci crederanno che l’hai scritta tu… Moccia sarà fiero di te..sei riuscito in qualche decina di righe a fare meglio di come ha fatto lui in svariati libri..

Gigi Curci

25. giu, 2009

Cioa Low, io li ho conosciuti i tuoi genitori, persone meravigliose…credo fosse l’estate del 1972, erano diretti a Bisceglie e si fermarono una notte a Foggia.
Bevemmo, fumammo e ascoltammo musica tutta la notte.
Dovrei avere una foto di quella notte…forse in un casseto…non sò…provo a cercarla…
Compilmenti, poche righe, ma sufficienti a chiarire la tua passione e la stupefacente somiglianza con i tuoi genitori.
Ciao e buon viaggio…

lilli

30. giu, 2009

curiosa…voglio sapere che fine hai fatto low..

Vito Plantamura

03. lug, 2009

rieccolo…

maipiu

10. lug, 2009

perle!
bravissimo depp!

anonima veneziana

17. lug, 2009

sei la miglior poesia di questa giornata.
accidenti scrivi davvero bene.

thefranka

10. set, 2009

sono dipendente dalla tua scrittura!

marco

09. ott, 2009

Ad un certo punto ha iniziato a piovere che erano mazzate dietro i reni. Poesia pura!!! ahahhahah
grande depp!

giovanna coscia lunga

09. ott, 2009

Johnny Cash solo tu potevi proporlo!
apprezo!

g

Donaaaaa

20. ott, 2009

“La musica diventerà la prima forma d’energia del mondo.”…e immaginando un aereo che vola con un disco dei Rolling Stones messo a palla ti dico, mio caro Gianni, che sei fenomenale!!!…Complimenti, troppo troppo bello!!! =)

clara

31. ott, 2009

Caro Mr Depp,
voglio sapere chi sei!!!! Nome, cognome e foto!

c

gall

31. ott, 2009

Grazie a Facebook ho scoperto i tuoi pezzi!
non smettere per nessuna ragione al mondo!
buon weekend

La Galluzzi

carolina ciuff ciuffo

31. ott, 2009

…caro vecchio sig.Depp..le faccio un inchino dopo averle spiegato esattamente come la immagino mentre leggo i suoi trabocchetti:
I suoi occhi sono grandi e neri,bocca e naso sfiorano il comico..il tutto incorniciato da un viso roseo e capelli neri e unti come il corvo..cheddire..semplicemente perfetto..
si commenta da solo..
mi piacerebbe offrirle una sigaretta un giorno..
porti sempre con sè un accendino.
sua per sempre.
cff

ancila

01. nov, 2009

secondo me ce l’hai tanta…la penna.

Gaudenzio

01. nov, 2009

Mi sembra un po’ un Diego Cugia scarnito… certo è pur sempre meglio di Moccia…

FRENGA DA BERI

01. nov, 2009

NON CI SONO PAROLE PER COMMENTARE QUESTO CALEIDOSCOPIO DI ALLUCINANTI PENSIERI DI UNO DEI + BRILLANTI E INTERESSANTI “VISIONARI” CHE IO CONOSCA!CERTO, IL MIO APPREZZAMENTO SAREBBE BEN RESO DA UNA MIA DOLCE PERFORMANCE GASTRICO-VOCALE ;-) ) MA MI LIMITO A DIRTI QUESTO, DOLCE DEPP… LA FOLLIA è CIò CHE DISTINGUE LE PERSONE ASSENNATE DAGLI STOLTI…TI VOGLIO SEMPRE COSì…FOLLE, IMPETUOSO E GENIALE!!

brunella

01. nov, 2009

Scrivi qui il tuo commento…

brunella

01. nov, 2009

Ora sono curiosa di sapere in quale città europea approderai…Complimenti, il tuo modo di scrivere è vivo e spontaneo..e le musiche che accompagnano i testi sono perfette.

Ele Di Enne (INSISTA!!!)

01. nov, 2009

L’ho sempre pensato di avere un cugino artista…e con queste parole ho avuto ulteriore conferma…sei speciale!!!!

meroli

04. nov, 2009

Mentre mia sorella misura, col suo pollice opponobile, il diametro del mio visetto, io mi ” commoziono cerebralmente” come da copione.A proposito, trasporlo su un bel palchetto? Un reading teatrale no eh?
Okkèn, vado a cucire il vestito da Charlot, tu però lasciami(anzi, lascimi)un pezzo di torta alla panna ;)

perizoma

07. nov, 2009

Offro un mio perizoma per il tuo nome!

pertonno

14. dic, 2009

“le parole sono importanti, chi parla male, pensa male, vive male!” Nanni Moretti
sarà poi così vero?
ogni tanto penso di si…ogni tanto inciampo in uno sguardo così muto da aprirmi un mondo sconosciuto…e allora mi ricredo…è allora che inizio a tacere…
ma poi ricomincio a parlare…perchè talvolta quello sguardo si perderebbe se io non lo richiamassi…?
forse no…
sto smettendo di chiamare…e sono qui che aspetto che quel qualcuno mi guardi e non parli…ma se io in quel preciso istante mi sarò distratta a guardare il volo di un pettirosso?l’avrò perso…speriamo che gli sguardi riescano ad avere parole, prima o poi…o che siano così intensi da rompere il silenzio…
le tue sono parole scritte…non fanno rumore…ma sveglierebbero anche la bella addormentata nel bosco.

bellosguardo

15. dic, 2009

fratellino,come scrivi cosi??sei un genio..prova in spagnolo..ti aspetto qua,birra ed sigaretta in mano,col sorriso,sempre!!tvb!

mafalda

15. dic, 2009

solo1 errore.. due più due fa sempre cinque

fede

15. dic, 2009

…”M’innamorerò ogni giorno di qualcuno o qualcosa, canterò e ballerò coi nuovi amici, di una sera o per la vita chissà. Andrò in giro nudo vestendomi di sguardi e salutando tutti sorridendo. Ululerò alla luna piena. Farò la pipì in strada per segnare il mio passaggio e a chiunque mi chiederà un nome pregherò di darmene uno nuovo. Voglio essere tutti, prima di diventare me stesso.” non ci sono parole…queste si commentano da sole..Un giorno di 5 anni fa,commuovendomi di fronte ad un muro (porto via i miei sogni,ma lascio qui il mio cuore)mi rivolsi all’autore con un “sei grande”..oggi mi ripeto.. Vediamo se immagini la mia espressione adesso..

pertonno

16. dic, 2009

porto via i miei sogni, ma lascio qui il mio cuore…
ai tempi…commosse tutti…
e qualche volta…mi sono ritrovata a passare di lì…e quella scritta si è quasi cancellata…mi viene un pò di tristezza…
per il tempo che passa.

stefania

16. dic, 2009

sei tu quello nella nuova foto di street?
ammettilo!

sara

01. feb, 2010

figo come sempre.

alessia

03. feb, 2010

l’ultimo secondo me è il post più bello.

Silvia di Foggia

07. apr, 2010

Che dire…Sei sempre stato così..un pò un tourist tenerone!!Fatti vedere ogni tanto!!!Bacio

rosina

11. apr, 2010

dopo aver letto, sono sempre più convinta che tu debba seguire quello spirito di sfida che senti…
chapeau, gran belle storielle GIANNI!:-D
ti abbraccio forte “Rosina”

sergio

13. mag, 2010

un must…

brunella

13. mag, 2010

ora voglio andare a Sintra, ho già una cicciona che mi farebbe da panchina ;)
bravissimo come sempre!! (il racconto numero 7 è stupendo!) ebbbravo ebbbravo

effeti

24. giu, 2010

ti voglio bene come un paradiso ;)

stefano

10. nov, 2010

spettacolo!

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